TESTI, DETTI E PROVERBI:
ELEGIA RUOTESE:
Ruoti è appena una parola priva di concetto per chi non conosce il posto, il paese, i costumi, il bosco, le montagne, la fiumara, il dialetto e tante altre cose che cedono il loro significato alla moda vigente. Anche le beghe paesane hanno la loro parte rilevante nell’attività quotidiana ruotese.
Bisogna avvicinarsi alla fiumara per ascoltare il suo gorgoglìo che si confonde come musica nelle giornate limpide, ma che diventa fragore e sciagura al manifestarsi la tormenta. Occorre addentrarsi nel bosco di annosi faggi e chinarsi a raccogliere le fragoline profumate e, al tempo delle primule, i fiori. E poi, ritornare stanchi dalla lunga camminata, con la letizia di avere passato una giornata differente, alla misura dell’uomo, e di avere rifornito i polmoni di ossigeno.
È difficile dimenticare la fatica dei mietitori di grano sotto un sole ardente, grondando sudore. Eppure cantavano: erano cantilene semplici ma piene di significato, sovente connesso con la loro vita grama..
Molto più allegri i vendemmiatori, per la stagione più mite. Nei momenti di sosta si poteva ascoltare un organetto impegnato col ritmo di una tarantella paesana. Alla sera, dopo la cena nella casa del proprietario, seguivano prolungati i canti abituali intonati a squarciagola.
Né omettere le tarantelle della domenica accompagnate da qualche tamburello. Non si ballava in luogo determinato ma in qualunque casa che offriva solo pochi metri quadrati per sgambettare.
Questi sono ricordi fomentatori di fantasmi del tempo andato che, pur essendo inconsistenti, sono duri a cancellarsi. In special modo quelli della adolescenza trascorsa a Ruoti: complice l’effetto di essere stati i testimoni muti di giuochi innocenti, delle compiacenze dei nonni e delle ramanzine paterne.
Ben altro è il panorama odierno: non tanto attrattivo per persone antiche. Ma basta ritornare sui posti che furono un teatro di giorni felici, e tutto si risveglia: sono le visioni che riappariscono con tutti i personaggi che furono. È il fascino di circostanze e ricordi di epoche vissute.
Novembre 2003
Ing.Canio Nicola Iacouzzi
RUOTI ANEDDOTICO
Solamente 20 chilometri separano Ruoti da Potenza. Durante gli anni venti
non esistevano le corriere. La stazione ferroviaria più vicina è quella di
Baragiano, a 14 chilometri. Eppure, per tante ragioni, era necessario
raggiungere Potenza. La Via Appia non ancora era asfaltata, e il veicolo più
comune era il mulo, raramente il cavallo. Per il trasporto delle merci dalla
Stazione Inferiore di Potenza, il traino con due enormi ruote. Di tanto in
tanto, quando si formava un gruppo di quattro viaggiatori, c’era la carrozza
di “zi Gisepp’ Bancunt” (zio Giuseppe Labriola), uomo dotato di pazienza
proverbiale. Era lui che ci portava a bordo di quel veicolo traballante
sulla sconnessa via Appia fino a Potenza. Il viaggio poteva durare fino a
quattro ore. Al ritorno portava anche il sacco con la posta, che consegnava
religiosamente all’ufficio postale permettendo comunicarci col resto del
mondo. Una dovizia di curve severe, quasi al bordo di strapiombi, dotava la
Via Appia un ingrato sapore di evidenti pericoli. Tutto succedeva per
seguire le curve di livello topografico e superare lo scarto di cento e più
metri, in salita, per percorrere i dieci chilometri che ci separavano da
Montocchio: una montagna la cui punta sorpassa i mille metri sul livello del
mare. Dopo questa fatica in salita, si compiono gli altri dieci chilometri
in discesa per arrivare finalmente a Potenza. Il passo obbligato per
Montocchio, en la epoca di neve abbondante, era un vero castigo poiché
rimaneva ostruito sotto vari metri di neve, ed il paese rimaneva del tutto
isolato per vari giorni da Potenza. Era per questo che in Ruoti la vita
stava strutturata come autarchica. Non vi erano industrie, di modo che i
proventi per la sussistenza della maggior parte degli abitanti procedevano
dal campo. Buona parte delle famiglie ingrassavano uno o più maiali che,
alla epoca giusta del peso e del freddo, ammazzavano per rifornirsi di
lardo, prosciutti, sugna e salsicce. Tutta la carne insaccata, già
disidratata al tiepido calore del focolare, era ridotta a pezzi e conservata
in recipienti ripieni poi di sugna liquefatta. I peperoni, infilati in
grossi grappoli “le nserte”, erano seccati al sole per mangiarli quando non
c’erano più quelli freschi. I pomodori bolliti, setacciati e seccati davano
la conserva per condire i maccheroni. Non tutti i contadini ruotesi erano
proprietari del loro pezzo di terreno: molti lo prendevano in affitto
mediante il pago in natura, cioè prodotti agricoli. La coltura di essi era
piuttosto primitiva ma efficace. Data la eccessiva pendenza delle terre,
rare volte si poteva usare l’aratro tirato da buoi o da muli. Né pensare in
quello meccanico. Era di uso il lavoro con la zappa bidente o intera. Si
praticava la coltivazione rotativa affinché lo scarso humus potesse rifarsi
dei minerali necessari per un discreto raccolto. Il grano era il frumento
più coltivato, da cui si ricavava la farina per il pane, per i maccheroni:
“cavatiedd, strascinat, recchietedd, fusidd, ecc.". Seguiva la produzione di
mais, patate, zucche, verdura, fagioli, lenticchie e tante cose meno
necessarie. Insomma, tutto era utile per sopportare l’inverno, che spesso si
proponeva rigido e lungo. In quanto alla frutta, si mangiava soltanto quella
di stagione ed un po’ di quella secca. Nei periodi di verdura fresca, c’era
il servizio a domicilio che praticava l’orticoltore con l’aiuto di un
asinello caricato con due grossi cesti che trasportavano un ricco
assortimento fino alla porta di ogni casa.
“ZI NTONIO LU
CAURARARO” (Zio Antonio il calderaio).
Il sedici agosto di ogni anni si festeggia puntualmente la festa di San
Rocco, patrono di Ruoti. Prima che giungesse la ricorrenza, non mancavano
volenterosi che si aggruppavano per organizzare la sagra. Anzitutto, cercare
il denaro ossia fare la questua per le spese, e di accordo col ricavato,
mettere mano alla opera. Giunto il 16 agosto, bisognava scendere la statua
lignea del santo dall’altare maggiore della Chiesa Madre per portarla in
affollatissima processione, attraverso i campi, fino alla Cappella della
Spinosa. La prima domenica di settembre bisognava riprendere la statua e
riportarla in paese, e quindi dar luogo alla vera festa con banda musicale e
fuochi di artificio. Erano questi, oggetto di vere gare fra vari esecutori:
Sempre eccelleva “lu manu muzz’ r’ Viglian” (quello della mano mozza di
Avigliano). Questa deficienza fisica era frutto di qualche mortaretto
scoppiatogli fra le mani, chissà in che occasione.
La banda arrivava da paesi diversi: era quella che offriva miglior servizio
con meno prezzo. Qualche volta veniva dalle Puglie. Si reclamava la sua
presenza almeno tre giorni prima, per disporre l’ambiente: dicevano. Durante
i pomeriggi di quelle tre giornate, la banda si divideva in gruppi di tre o
quattro componenti per percorrere i vari posti del paese e scuotere
l'ambiente con la musica
In quella occasione si preparava nella Piazza Grande (sic), con mezzi di
sorta, il palco; pomposa parola per come si presentava, Era lì che i
suonatori, con divisa che voleva essere di gala, facevano prodezze per
affrontare pezzi musicali di diverse opere. Meno male che gli autori non
erano presenti. Non sapevamo bene se la esecuzione era perfetta ma alla fine
tutti applaudivamo con gioia. Per lo meno, si interrompeva la calma
esasperante degli altri giorni.
Un anno, a causa della scarsezza delle questue, e non volendo rinunciare
alla presenza della banda, contrattarono quella di “zi Ntonio lu caurarar”;
non ricordo il suo paese. Formavano l’assieme, sei o sette elementi
piuttosto malandati e di diverse provenienze. Tutti erano calderai ed un po’
zingari. Si alloggiarono in uno stanzone ubicato “mpere la terr” (Sotto la
Terra) quasi vicino alla forgia di “zi Michele Graffio” (Raffio). Passata la
festa di San Rocco, non andarono via e si disposero ad esercitare il loro
mestiere di calderai, aggiustando pentole, coperchi e caldaie di rame. Come
gratitudine di averli lasciati lavorare in pace, più di una volta
organizzavano la musica in piazza ma senza palco.
Nell’esercizio delle loro funzioni di suonatori, affrontavano con molta
serietà le loro partiture musicali: non importava se la interpretazione non
era del tutto corretta. “Zi Ntonio”, uomo corpulento e faccia da beone,
suonava la cornetta ed era quello che portava la battuta: era il capobanda.
All’inizio di ogni spettacolo in piazza, guardava i suoi accoliti con faccia
severa per imporre il silenzio, poi strizzando l’occhio al responsabile,
ordinava: maestro, numero sedici! Nessuno fiatava, tutti sapevano di che si
trattava. E cominciava la musica. Non terminava qui la sua generosità.
Poteva accadere la morte di qualsiasi abitante ruotese, e “zi Ntonio lu
caurarar,” in compagnia di qualcuno dei suoi, lo seguiva fino al cimitero
suonando marce funebri.
Ing. Carlo Nicola Iacouzzi
L’inverno ruotese merita una
considerazione particolare. Non accadeva tutti gli anni però, quando
nevicava e infuriava la tramontana, rimanevamo bloccati in casa. La borea
soffia dal lato di San Cataldo, e guai per le case rivolte in quella
direzione. Il vento con rari messaggi tramite le fessure di porte e
finestre, e specialmente attraverso i vetri rotti o fissati male. Si poteva
uscire sulla strada unicamente collaborando con i vicini per aprire una
trincea nella neve che ci isolava nelle case. Le grondaie delle dimore,
specialmente le parti corrispondenti al calore della cucina, assumevano una
visione spettacolare con dei grossi ghiaccioli pendenti dalle punte delle
tegole: noi piccoli li chiamavamo “i cannellier” (i candelieri), e ci
divertivamo ad abbatterli con il manico della scopa. Qualche ghiacciolo
ribelle portava via anche un pezzo di tegola incollato.
La Salita del Palazzo, quella che conduce alla Chiesa Madre, gode di una
pendenza pronunciata per cui, quando la neve diventa ghiaccio sul selciato,
offre un comodo scivolo che, allora, ci permetteva trasportarci a cavalcioni
di una tavola qualunque. A parte potevamo assistere allo spettacolo di
coloro che avevano le scarpe chiodate e difficilmente potevano rimanere in
piedi su quella infida pista.
Quando la nevicata era fresca, organizzavamo furiose battaglie con palle di
neve che spesso colpivano qualche malcapitato passante. C’era anche uno
spettatore nascosto e con la faccia appiccicata ai vetri delle porte. Era la
faccia di don Ciccio Santoro, il farmacista. Lo chiamavano “menzacapa”
(mezza testa) a causa de una deformazione congenita nella fronte. Quando non
faceva suonare con vibrazioni stridule il pestello nel mortaio di bronzo si
dedicava ad osservare il ristretto panorama dalla porta a vetri della
farmacia.
Ing. Canio Nicola Iacouzzi
DECALOGO PER FARE DEL FIGLIO UN DELINQUENTE
Fin dall'infanzia date a vostro figlio tutto quello che vuole; così crescerà convinto che il mondo ha l'obbligo di mantenerlo;
Se impara una parolaccia ridetene. Crederà di essere divertente e spiritoso;
Non accompagnatelo a messa la domenica. Non dategli nessuna educazione religiosa. Aspettate che abbia 21 anni e decida da solo;
Mettete in ordine tutto quello che lui lascia fuori posto. Fate voi quello che dovrebbe fare lui, in modo che si abitui a scaricare sugli altri tutte le sue responsabilità;
Litigate spesso in sua presenza. Così non si meraviglierà se ad un certo punto vedrà disgregarsi la sua famiglia;
Dategli tutto il denaro che chiede e se lo prenda come vuole. Non lasciate mai che se lo guadagni. Perché mai dovrebbe faticare per guadagnare, come avete fatto voi da giovani? I tempi sono cambiati;
Soddisfate ogni suo desiderio per il mangiare, il bere, le comodità. Negargli qualcosa potrebbe scatenare in lui pericolosi complessi;
Prendete le sue parti con i vicini di casa, gli insegnanti. Sono tutti prevenuti verso di lui. Gli fanno continue ingiustizie. Lui è così intelligente e buono e loro non lo capiscono;
Quando si mette in un guaio serio, scusatevi con voi stessi dicendo: "NON SONO MAI RIUSCITO A FARLO RIGARE DRITTO";
Dopo ciò preparatevi ad una vita di amarezza: l'avete voluta voi. OGNUNO RACCOGLIE CIO' CHE HA SEMINATO.
DETTI SUI MESI DELL'ANNO
(gennaio) Scennàre sìcche, massàre ricche
(febbraio) Frubbuàre chiuvùse, ghrègna ghravòsa
(febbraio) Frubbuàre cùrce e amàre
(febbraio) Quànne è la cannelòre: se nèveche e se chiòve la vernàte ha anzùte fòre, se n’ge nèveche e se n’ge chiòve quarànda juòrne ra ghréte ancòre
(marzo) Cannéla chiàre e màrze fàce scennàre
(aprile) -----------
(maggio) Màgge urtulàne, assàje paglije e picca ghràne
(giugno) ----------
(luglio) ----------
(agosto) Ahùste è càpe re viérne
(agosto) Acque r’ahùste, uòglije e ‘mmùste
(settembre) ----------
(ottobre) ----------
(novembre) A Sànde Martìne, menèstre e cucìne
(dicembre) ----------